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Notre Dame du Laus

Il rosario del chirurgo Récamier

Chirurgo e professore al Collège de France, Giuseppe Récamier (1774-1852) fu per 40 anni medico capo all’Hôtel-Dieu di Parigi. La sua eroica devozione e le cure inaspettate che ottenne durante l’epidemia di colera del 1832 gli valsero un prestigio universale. Il dottor Jules Massé ha avuto il privilegio di conoscerlo quando era ancora studente di medicina. Racconta:

Tra gli amici intimi dell’illustre professore c’era uno di quegli uomini d’élite che sembrano inviati dalla Provvidenza per dimostrare tutta l’amabilità della Religione: era un ex ufficiale superiore di cavalleria, un uomo di gran nome, dai bei modi, il conte Malet, che non aveva abbracciato il sacerdozio se non piuttosto tardi, e univa alla pietà più profonda tutta l’amenità e la grazia usate nel grande mondo.

Mio padre, che era anche lui un ex militare, era così legato al conte Malet che ogni giorno alla stessa ora passava un’ora o due con lui. Questo incontro quotidiano si svolgeva con puntualità militare, e sembrava essere diventato per entrambi una necessità, un obbligo.

Una sera mio padre mi propose di accompagnarlo.

«M. l’abbé Malet è un po’ indisposto, mi disse; è molto probabile che M. Récamier gli faccia visita, e sarà l’occasione per voi di fare la sua conoscenza».

Inutile dire che accettai, ma, entrando nella casa del venerabile ecclesiastico, il mio cuore sussultò per l’ansia e sentii tutti i miei movimenti in imbarazzo, tanto erano grandi la mia apprensione e la mia timidezza.

Recamier non era ancora arrivato al fianco del suo paziente; ho avuto il tempo di sistemare i miei spiriti e di calmarmi. Ho avuto il tempo di recuperare il mio spirito e di calmarmi. Inoltre, era così buono, questo eccellente abate! Era così affabile, così benevolo! Una maestosa cicatrice, il risultato di un grande colpo di spada, divideva tutto il volto del nobile veterano. Aveva il portamento di un guerriero e l’andatura di un gran signore! Ma il suo sguardo era così incoraggiante, il suo discorso così carezzevole, che dopo un quarto d’ora ero a casa sua a mio agio come a casa di mio padre.

All’improvviso la porta si aprì e il valletto annunciò: «Signor Dottore Récamier!» A questo nome mi sentii come se mi avessero dato un pugno nel petto, e una nuvola inaspettata passò davanti ai miei occhi. Il dottore entrò alacremente e avanzò verso il padrone di casa con affettuosa impazienza; poi ricambiò cortesemente il saluto che gli avevamo fatto come cortesia. Abbiamo parlato. Non avevo il diritto di interferire con la convenzione; ma, seduto sul bordo della mia sedia, un po’ nascosto nell’ombra e facendo una specie di baluardo del mio cappello, ho esaminato con tutti i miei occhi, ho ascoltato con tutte le mie orecchie.

Quanto Récamier mi era sembrato un tempo duro e severo, tanto mi apparve lì grazioso e buono; quanto i suoi libri me lo avevano fatto credere astratto e difficile da capire, tanto la sua conversazione me lo mostrò chiaro e luminoso.

La scena si è conclusa con un episodio che voglio menzionare.

Mi stavo già alzando per il saluto d’addio, quando, facendo un gesto di ricordo, rimise il suo cappello sul tavolo, rimise il suo bastone accanto ad esso e, affondando la mano in una delle tasche dei suoi pantaloni:

«Stavo per dimenticare una questione molto seria, gridò.

– Cosa c’è? chiese il sacerdote.

– Ho avuto una disgrazia, Signor Abate!

– Ah, bah!

– Una disgrazia che solo tu puoi riparare.

– Vediamo?

– Si tratta di una frattura che potrete riparare perfettamente, di una piccola operazione che vi prego di eseguire. E, mentre diceva questo, l’illustre professore, tirando fuori la mano dalla tasca, mostrò trionfalmente …. indovinate un po’? Un rosario!

Confesso che sono rimasto sbalordito. Lui, il grande Recamier, l’illustre professore, incaricato di insegnare non solo alla Scuola di Medicina, ma anche al Collège de France; lui, il medico dei grandi, dei signori, dei principi, persino dei re; lui, la cui reputazione era europea, diceva il suo rosario come un primo comunicante, come un seminarista, come una donna! Perché non c’era nessuna finzione in quest’uomo degno; egli praticava devotamente, anche santamente, e se lo raccontava, era con un’affascinante bonomia e con squisita semplicità.

«Signori!» disse, voltandosi verso di noi con un sorriso sul volto, «recito il mio rosario. Quando sono preoccupato per una persona malata, quando sono alla fine delle mie risorse, quando trovo la medicina impotente e la terapia inefficace, mi rivolgo a Lui che sa come guarire tutto. Tuttavia, sono diplomatico, e siccome sono così occupato che non ho tempo di intercedere molto a lungo, prendo come intermediario la Santa Vergine mentre vado a casa dei miei pazienti, e Le dico una o due decadi del Rosario. Niente di più facile, capisci? Mi siedo tranquillamente in macchina, infilo la mano in tasca e poi… entro in conversazione. Il rosario è il mio interprete: ora, poiché ricorro abbastanza spesso a questo interprete, è stanco, è malato, ed è per questo che prego l’abate di esaminarlo, di dargli un consulto, di operarlo se necessario, in una parola, di curarlo».

Mio padre approvò con due o tre parole, io applaudii con semplici inchini; il conte di Malet prese il rosario mutilato, promise di rimetterlo subito in buono stato e M. Récamier ci lasciò.

La sera, quando andai a letto, avevo la testa e il cuore pieni della visita fatta: non potevo fare a meno di pensare agli scherzi sciocchi di un gran numero di persone che trovano il rosario buono al massimo per i devoti, e che crederebbero di derogare alla loro dignità recitando un certo numero di Ave Maria più volte di seguito.

«Amico mio», mi disse più tardi Récamier in quel linguaggio colorito, pittoresco ed eccentrico che gli era familiare, «il rosario è una campana, ogni Ave Maria è una convocazione, o, se ti piace di più, una petizione ben compilata. Si vedono molti pigliamosche arrivare ogni giorno a Parigi per intercedere presso le autorità, per implorare i potenti e i ricchi. Ora, per essere ammessi alle Tuileries, bisogna avere protezioni, richieste di udienza, amici in alto loco; per penetrare in un ministero, bisogna avere numerosi approcci e la benevolenza (difficile da ottenere) degli impiegati, dell’entourage, a volte anche dei concierges e degli impiegati. Per parlare con la Santa Vergine, niente di più semplice: si tira il campanello, cioè si prende il proprio rosario; rapidamente si apre la porta, si presenta la propria supplica, e la Santa Vergine è così buona che, a meno di motivi particolari, la preghiera viene subito esaudita».

(Padre Huguet)

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