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Nostra Signora del Purgatorio

Quanto le anime del Purgatorio sono sollevate dal digiuno e dalla preghiera

La carità deve portare tutti i fedeli, senza eccezione, a interessarsi delle sofferenze delle povere anime che espiano i loro peccati con il fuoco; ma crea un dovere ancora più pressante se si tratta di parenti, amici o benefattori. La regina Gude, moglie di Sancio, re di León, l’aveva capito.

Questo grande principe aveva appena trionfato su una rivolta con il valore delle sue armi, e i ribelli erano stati portati alla completa sottomissione, quando il loro capo Gonzalve, vedendo che non poteva resistere alla forza, chiamò l’astuzia in suo aiuto. Venne e si gettò ai piedi del monarca, implorò umilmente il suo perdono e lo ottenne. Essendo stato ammesso nell’intimità di Sancio, o almeno nelle sue grazie, il traditore preparò un orribile tradimento: presentò al re un frutto avvelenato. Non appena Sancio lo assaggiò, si sentì ferito mortalmente e volle essere riportato immediatamente nella sua capitale; ma morì lungo la strada. Questa fu una grande desolazione in tutto il regno, dove Sancio era molto amato. Ma come possiamo descrivere il dolore di sua moglie Gude? Non ha mai smesso di piangere, di gemere, di compatire la vittima di tale vile perfidia. Ma, essendo cristiana, si preoccupava soprattutto di pregare e di far pregare qualcuno per il defunto; era in questo che poneva il più grande lusso del suo funerale. Il corpo fu portato al monastero di Castillo, dove furono celebrate molte messe. La pia vedova non volle lasciare le sue amate spoglie; depose il suo diadema e prese il velo della penitenza tra le monache, accompagnata in questo sacrificio da diverse dame di corte. In questo modo si dedicò a Dio e alle opere sante, soprattutto in favore del suo defunto marito.

Sia di notte che di giorno, faceva salire al cielo le preghiere più ardenti; ma il sabato, giorno consacrato alla divina Maria, raddoppiava le sue preghiere, le sue penitenze, le sue elemosine e il rigore dei suoi digiuni, per liberare quest’anima dai tormenti del purgatorio, se vi fosse ancora trattenuta. Un sabato, mentre era inginocchiata davanti all’altare della Regina del Cielo e svolgeva con fervore questo toccante compito, le apparve Sancio. Era vestito a lutto e aveva come cintura una doppia fila di catene arroventate dal fuoco. Cominciò ringraziando Gude per quello che faceva per lui, e allo stesso tempo la pregò di continuare quest’opera di carità, e anche di fare di più se poteva: «Ah, le disse, se mi fosse dato, mia cara moglie, di farti sapere i tormenti che sto sopportando in purgatorio, quanto aumenterebbe il tuo zelo per lui che ancora ami! Per la potenza della misericordia divina, aiutami, Gude, aiutami! Sono divorato da queste fiamme.»

È facile vedere che non ci volle molto per ravvivare lo zelo della pia donna; essa raddoppiò il suo fervore, le sue preghiere e i suoi suffragi di ogni genere, da lei stessa e da altri. Per quaranta giorni senza interruzione, non fece altro che versare lacrime per spegnere il fuoco che consumava suo marito, moltiplicando le sue preghiere per togliergli le catene, e versando immense generosità nelle mani dei poveri per riscattare le colpe per le quali soffriva. Inoltre, fece dire un gran numero di messe e regalò alla chiesa un ricco ornamento, destinato ad aumentare il fasto delle sacre cerimonie.

Alla fine di questi quaranta giorni, un altro sabato, il re le apparve di nuovo, non solo liberato dai suoi legami ardenti, ma circondato da un bagliore celeste, vestito di un manto bianco brillante, nel quale Gude riconobbe l’oggetto prezioso che lei aveva dato per la chiesa, e che Dio aveva miracolosamente applicato alla salvezza di Sancio e al suo trionfo. «Eccomi, le disse felicemente, sono libero; grazie a te, pia regina, non ho più da soffrire. Che tu sia benedetta in eterno! Perseverate nei vostri santi esercizi. Medita sui dolori dell’altra vita, e ancora di più sulla gloria del paradiso, dove ti aspetterò e sarò il tuo protettore». Gude tese le braccia verso di lui, ma non poté toccarlo; solo afferrò l’ornamento, che rimase in suo possesso e che regalò nuovamente alla chiesa di Santo Stefano. Era infatti scomparso dalla chiesa, anche se era stato accuratamente rinchiuso, e si ammirava da tutti la prodigalità con cui il Signore lo aveva restituito al caritatevole donatore. Questo interessante oggetto fu conservato a lungo nel monastero; l’abate e i monaci confermarono la sua autenticità e giurarono sulla verità della storia.

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