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Per la conservazione del Deposito della Fede!
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Una storia per ogni giorno...

Notre Dame du Laus

Il rosario di uno studente della Scuola Politecnica

Nelle nostre scuole, forse più che altrove, regna quella deplorevole influenza del rispetto umano, quel pregiudizio puerile e odioso che, per uno strano rovesciamento del senso comune, osa mettere in ridicolo la pratica dei doveri più sacri.

In questa atmosfera perniciosa di una scuola militare, in questo ambiente di indifferenza, se non di ostilità, ci vuole non poca forza d’animo per mantenere intatto il tesoro della fede. Ci vuole un coraggio quasi eroico per osare, all’occasione, nonostante il rispetto umano, di confessare audacemente il proprio credo. Uno che, nel profondo del suo cuore, ha ancora rispetto per la verità, e non la negherebbe certo davanti ai carnefici, impallidisce alla sola idea di affrontare, per difenderla, lo scherno dei suoi compagni. Ecco un esempio di un’intrepidezza singolare, in circostanze che ne aumentano ancora il merito.

L’evento che raccontiamo ha avuto luogo alla Scuola Politecnica di Saint-Cyr, all’inizio del XIX secolo. Un giorno, all’ora della ricreazione, quando la maggior parte dei giovani erano riuniti in una delle stanze a causa del cattivo tempo, uno studente entrò improvvisamente con un’aria di singolare ilarità, e, salendo su una sedia, con un gesto chiese il silenzio. Hanno subito formato un cerchio per prestare orecchio al suo movimento.

«Signori, disse, è bene divertirsi qualche volta, altrimenti si diventa stupidi con l’abuso dei numeri; per coloro che sono di questa opinione, posso offrirvi una buona opportunità, una vera manna. Ho fatto un ritrovamento, ma un ritrovamento strano, inaudito, favoloso, e tale che ve lo darei in centinaia, in migliaia, in decine di migliaia, che non indovinereste l’oggetto, se non fosse colui che l’ha perso, se è possibile che sia tra gli studenti della Scuola. Ma preferirei credere che appartenesse a un abitante della luna piuttosto che a qualcuno di voi. Vediamo, immaginate cosa ho raccolto in uno dei corridoi.

– Una banconota!

– Beh, la sua scoperta è… una parrucca.

– Fatti una parrucca.

– No, una ricetta per far venire i meloni.

– Vengono abbastanza da soli.

– Una carta della verità?

– Un programma del municipio?

– Signori, niente politica, per favore; i muri hanno orecchie! Inoltre, siamo in pausa… per la pausa.

– Un kazoo?

– Una tabacchiera?

– Un tubo?

– Brandy?

– Ah, bello, bello! Impiccati, Odry.

– No, niente del genere.

– Ho un piano per una tragedia.

– Un’ode alla primavera?

– In versi latini?

– Non c’è più la primavera.

– Young’s Nights, tradotto dal sassone dal defunto Sleeping Man?

– Una ghianda della quercia di Dodona?

– Il falso occhio di Annibal?

– Un autografo di Robinson Crusoe?

– Signori, se qualcuno mi prende in giro, scendo dal cavalletto.

– Bah, disse un allievo, siete tutti molto ingenui a mettere il vostro cervello sottosopra così. Non vedete che il tipo, in stile studio, ci sta facendo posare. Per me, sono sicuro, niente nelle mie mani, niente nelle mie tasche! e lo sfiderei!

– Ah! disse l’altro, non ho niente da mostrare?

– Vogliamo scommettere su di lui?

– Sì, uno zucchero d’orzo alla prossima uscita.

– Accetto, ma a condizione che io stesso chieda il suddetto bastone, e che sia lungo un chilometro e abbia un diametro corrispondente.

– Va bene! ma ti impegnerai a gustarlo tutto per te, e tutto per te, entro un giorno.

– Grazie, non sono Gargantua. Al diavolo la scommessa! Ma vedo che i miei compagni stanno perdendo la pazienza! Avanti, signori, fate come dice la signora de Sevigne, tirate la lingua ai pedoni… stile college. Mostro l’oggetto. Ecco, signori e signore, dico signore per amore dell’eufonia, ecco la mia scoperta».

E alzando la mano, mostrò, tra lo stupore generale, un rosario!

«Un rosario! Un rosario!» esclamò tutto intorno; «un rosario!

– Divertente!

– Non può essere!

– È l’ultima cosa a cui avrei pensato.

– Chi al mondo penserebbe mai di avere questo amuleto in tasca?

– Naturalmente, non è stato uno studente a perderlo. Eppure non vedo nessun vecchio devoto qui a mollare la cosa.

– Il bellissimo uso del tempo, invece di studiare Laplace o Jomini.

– Qualcuno di noi, per caso, direbbe le sue preghiere?

– Andare a messa?

– Andare a confessarsi?

– Non sono io!

– Non io, non così bigotto!

– Cretino!

– La rima è ricca.

– Scommetto che il rosario non troverà il suo padrone; colui al quale appartiene, se appartiene a qualcuno, non sarà così sciocco da reclamarlo.

– Certamente.

– Il povero fratello, che bocca calda a sue spese!

– L’uomo ignorante! su di lui dalla mattina alla sera che pioggia di scherzi, di buone parole… brutte.

– Vedete, signori», disse l’uomo che teneva il rosario, attraverso questa raffica di epigrammi, «vedete che non ho imposto. È una scoperta originale, vero? Un rosario! e vale molto agli occhi di un dilettante. Le perle sono fatte di corniola e montate in argento. L’oggetto, sono sicuro, viene dall’Italia, e mia nonna, che è una buona devota, mi pagherebbe caro questo regalo. Dai, una volta, due volte, qualcuno lo vuole?

– Andare a vedere se vengono?

– Si potrebbe osare?»

Qui un allievo che stava in piedi davanti a un tavolo carico di disegni e di libri, da qualche momento aveva alzato la testa e, a braccia conserte, con calma, ma a volte con un sorriso indefinibile, contemplava questa strana scena. Sul suo nobile volto, sulla sua alta fronte, nell’aria del suo sguardo, allo stesso tempo audace e sereno, irradiava intelligenza. E queste apparenze esteriori non ingannano. Tra gli studenti d’élite, Enrico brillava nel primo rango, se non era addirittura il primo. Aggiungiamo che la cordialità del suo carattere gli aveva conquistato l’amicizia della maggioranza e la stima di tutti per la sua solida scienza.

«Decisamente, il rosario non appartiene a nessuno», gridò ancora lo studente che faceva da banditore. «Vieni, ripeto, una volta, due volte…»

In quel momento Enrico, che era avanzato attraverso il cerchio degli astanti, tese la mano e, con un’aria tranquilla, ma con un accento fermo, senza arrossire o debolezza, in mezzo a un immenso stupore, disse:

«Questo rosario è mio; compagno, ti prego di restituirmelo.

– A te! A te! per esempio!

– A lui! Andiamo!

– Non può essere!

– Bene, ha continuato lo scherzo; il nostro uomo serio è un uomo di spirito, come sappiamo.

– Non scherzo, soprattutto su questi argomenti», disse Enrico, che non si lasciò sconvolgere dal sorriso beffardo di alcuni e dall’aria dolente di altri che sembravano compatirlo; «sì, signori, questo rosario mi appartiene e lo rivendico! Mi viene da mia madre morente, morente, hai sentito? alla quale ho promesso di conservarla sempre, rimanendo fedele alle mie convinzioni. Signori, poco fa, qui, ho sentito parlare delle cose più sante con una leggerezza che si spiega solo con la profonda ignoranza, ahimè, che è fin troppo comune in queste materie, le uniche che disdegniamo di studiare; ho sentito chiedere con un accento di derisione se qualcuno di noi andava a messa? Non so cosa facciano gli altri, ma per quanto mi riguarda, Dio non voglia che io non lo faccia, e la mia prima visita la domenica è in chiesa. Non mi fermo qui. Sì, signori, sono un uomo religioso sull’esempio di Vauban, il nostro illustre maestro, sull’esempio di Turenne, Condé, Villars, quei valorosi! sull’esempio di Fénelon, Bossuet e tanti altri grandi uomini. Mi considero lì in buona e gloriosa compagnia abbastanza da trarne onore, lungi dal dover arrossire».

Questa ferma dichiarazione di principi così solidamente ragionata ha fatto impressione. Molti di quelli che galleggiavano esitanti, non sapendo se approvare o deridere, altri che già cominciavano a sogghignare, si sono allontanati da questo audace giostratore. La maggioranza dei giovani, intelligenti e generosi, in ammirazione del coraggio di Enrico, applaudirono e tennero le mani in segno di stima per il valoroso atleta cristiano.

Quello che aveva trovato il rosario, uno dei primi, si fece avanti:

«Non sono arrabbiato con te, disse a Enrico.

– Non posso fare a meno di pensare che ti sei comportato un po’ da sciocco…

– Non ho paura di dire che mi sono comportato come uno stupido, perché ora vedo che avevo torto; le tue parole mi hanno fatto pensare, e ora sono molto dispiaciuto per quello sfogo e per le cose stupide che ho detto.

Con l’energia del suo atteggiamento, non solo Enrico aveva conquistato la libertà per se stesso, ma più di uno, forse, che fino ad allora era stato debole e timido nel nascondere i suoi veri sentimenti, approfittò della circostanza per emanciparsi, ed essendo cristiano nel cuore, non assunse più, con un’altra specie di ipocrisia, la maschera dell’empietà.

Il rispetto umano è una vigliaccheria vergognosa e una debolezza imperdonabile. Nel mondo non c’è abbastanza colpa per il figlio ingrato che, arrossendo della sua oscura origine, rinnega suo padre, artigiano o contadino. È condannato, ma non sorpreso, perché questo purtroppo non è un evento raro. Ma capiremmo il figlio di un uomo illustre, l’orgoglio e l’onore del paese, che si vergognerebbe della gloria di suo padre e si riterrebbe ridicolo e disonorato se, per questo padre, di cui dovrebbe essere orgoglioso, mostrasse il suo rispetto e il suo affetto davanti a tutti? Il mondo, assistendo a questo strano scandalo, griderebbe alla follia, all’inettitudine e alla pazzia. Ma il cristiano codardo fa qualcos’altro? Fa ancora peggio, colui che teme di confessare il suo rispetto per il Padre celeste, di proclamare la sua obbedienza filiale al Re dei re.

Non è tanto il calcolo. Una leale dichiarazione di principi, con un atteggiamento fermo che non sorprende gli schernitori, quasi sempre sconcerta i cattivi burloni e chiude loro la bocca. Scelgono di rimanere in silenzio, vedendo che stanno perdendo il loro tempo.

(All’ombra della bandiera, di Bathild Bouniol)

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